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Alimenti e salute

Alimenti e salute

In diverse occasioni abbiamo riportato in queste “Info sulla salute” informazioni circa il ruolo positivo della alimentazione di tipo mediterraneo (la cosiddetta dieta mediterranea) nel mantenimento della nostra salute.
Infatti è ormai un dato scientificamente acquisito che la corretta alimentazione quotidiana ha un impatto positivo non solo nel mantenimento di una buona salute complessiva dell’individuo ma anche nella prevenzione di alcune malattie oculari oggetto del nostro interesse, in particolare – ma non solo – della degenerazione maculare retinica correlata all’età.
Molto spesso, però, i mezzi di comunicazione di massa non aiutano le persone a capire correttamente quale ruolo abbiano effettivamente sulla salute delle persone i singoli alimenti assunti con la dieta quotidiana: è necessario poter disporre di una chiave critica per valutare meglio i risultati delle ricerche e l’informazione che ne viene data.
Riteniamo dunque importante fornire alcune osservazioni liberamente tratte dalla pubblicazione “Miracle foods – myths and the media” edita nella collana “Choices” curata dal National Health Service inglese (A Behind the Headlines report – January 2011). 

Specialmente in questi ultimi anni la grande maggioranza degli articoli di stampa che illustrano le caratteristiche di vari alimenti mette in evidenza anche gli eventuali effetti positivi sulla salute; la popolazione, dal canto suo, manifesta un grande interesse non solo verso la genuinità dei cibi ma anche verso i possibili benefici che il loro consumo comporta.
Peraltro i mezzi di comunicazione, dalla stampa ad internet, tendono ad esaltare eccessivamente il ruolo positivo o negativo di certi alimenti, individuando di volta in volta “super cibi” dagli effetti miracolosi o spuntini “assassini”, dagli effetti nefasti.
Capita così che a singoli alimenti vengano attribuite proprietà descritte con frasi del tipo: “il curry può salvare la vita”, le “barbabietole possono combattere la demenza”, “cinque noci al girono prevengono i danni vascolari”, o del tutto contraddittorie :“un bicchiere di vino al giorno è salutare”, ma “anche un bicchiere di vino è nocivo alla salute”….
In altre parole quello che sembra attirare maggiormente l’attenzione di giornalisti ( e di consumatori) è l’idea che i singoli alimenti possano apportare evidenti e svariati benefici alla salute delle persone, “guadagnandosi” il titolo di “super alimento”.
Ad esempio alcuni articoli comparsi sulla stampa inglese sulle qualità del vino come alimento riportavano frasi come “aggiunge cinque anni alla vita”, “contribuisce a mantenere una dentatura sana”, “protegge i vostri occhi”, “rende improbabile un aumento di peso nel sesso femminile”. A loro volta ai broccoli è stata attribuita la capacità di “fermare la progressione del cancro del seno”, o di “proteggere i polmoni”; al tè nero la “protezione dalle malattie cardiache”; al tè verde la “drastica riduzione del cancro della prostata”, alla camomilla la capacità di “tenere sotto controllo il diabete”. E proprietà “miracolose” sono state attribuite anche al cioccolato che, se consumato quotidianamente, “può abbattere il rischio di infarto e di ictus”.
Ancora: nel documento del NHS viene riportato che sulla stampa inglese sono stati pubblicati negli ultimi anni titoli come “una dose giornaliera di aglio è un salvavita”, come “salvavita è il succo delle barbabietole rosse”, o anche “uno scacchetto di cioccolato al giorno può salvare la tua vita”, e così via.

In verità tutte queste affermazioni sono quasi sempre una esagerazione.
La ricerca sugli effetti che singole sostanze presenti nella la dieta quotidiana possono esercitare sulla nostra salute è notoriamente assai complicata da svolgere: la dieta è costituita da svariati alimenti, per cui distinguere l’effetto dell’uno o dell’altro componente rispetto all’insieme è assolutamente problematico, e con relativa facilità si può arrivare a conclusioni errate .
Per questo motivo la maggioranza degli studi che sono alla base della individuazione delle particolari virtù di un singolo alimento (definibile come “super cibo” cioè un cibo che da solo induce effetti salutari) è caratterizzata da forti limiti. Questi ultimi vengono riportati assai raramente nelle informazioni fornite dai mezzi di comunicazione e ancor più raramente ne viene riportato il significato.
Vediamo quali sono gli errori più frequenti che nella ricerca scientifica possono portare a conclusioni parzialmente o totalmente inesatte, contribuendo quindi facilmente ad una cattiva informazione della popolazione. 

Fattori confondenti.
Il “confondimento”, un errore che induce erronee conclusioni degli studi, si ha quando si attribuisce un effetto ad un fattore o ad una sostanza in studio, che invece dipende da qualcosa d’altro non preso in considerazione dai ricercatori.
Un tipico esempio di confondimento è fornito dallo studio condotto su 66.000 giapponesi di sesso maschile, seguiti per 14 anni allo scopo di valutare se il consumo di tè verde fosse in relazione con una minore probabilità di ammalare di tumore della prostata. Il minor numero di cancri prostatici osservato nella ricerca è stato attribuito al consumo del tè verde ma non è stato tenuto conto che i grandi bevitori di tè verde avevano anche un tipo di alimentazione più tradizionale, che poteva costituire il fattore confondente. Infatti in questo gruppo si alimentava con maggiori quantità di soia, di “miso” (un cibo costituito da soia gialla fermentata, da sola o addizionata di orzo), di frutta e vegetali. L’informazione derivata dallo studio, che attribuiva a questo tipo di tè una azione preventiva sullo sviluppo del cancro della prostata non era corretta, perché non avendo tenuto conto dell’alimentazione complessiva non era di fatto possibile attribuire alla sola bevanda particolari virtù terapeutiche antitumorali.
Però è “passato” il concetto che il tè verde ha proprietà benefiche.

Fattori legati alla capacità di ricordare (recall bias – errore dovuto al ricordo).
In molte ricerche sugli effetti dell’alimentazione sulla salute umana viene richiesto alle persone di ricordare cosa hanno mangiato e bevuto negli ultimi mesi (o in periodi più lunghi). La capacità di ricordare diviene dunque un problema cruciale. Ci ricordiamo quante uova abbiamo mangiato l’anno scorso? Se la ricerca, ad esempio, viene effettuata su un gruppo di persone che hanno alti livelli di colesterolo, la domanda degli intervistatori sul numero approssimativo di uova mangiate in periodi precedenti l’analisi del sangue influenzerà la risposta (“ora che ricordo, ne mangiavo molte…”).
In più, quello che mangiamo e beviamo varia di giorno in giorno e da un anno all’altro: quindi se la ricerca parte con la rilevazione delle nostre abitudini alimentari le risposte possono non rappresentare quello che abbiamo mangiato nell’arco della nostra vita.
Quando è importante la rilevazione delle quantità di alimenti ingerita (e lo è quasi sempre), la risposta alla domanda su quante porzioni di determinati cibi e/o bevande vengono assunte ogni settimana può essere molto imprecisa perché influenzata dalle idee che ciascuno ha relativamente al concetto di porzione o di tazza o di qualunque altra unità di misura non esatta.

Il problema dei risultati surrogati (proxy outcomes)
Spesso si misurano risultati che non sono direttamente attinenti allo stato di salute osservato nelle persone, ma solo che ne potrebbero essere in relazione. Si sceglie cioè un indicatore surrogato (proxy) al posto della misura diretta dello stato di salute. Il guaio è che i media, nella comunicazione, considerano queste misure surrogate come se fossero i risultati di salute riscontrabili realmente nelle persone.
Tipico è il caso dei grassi omega-3 presenti negli alimenti, che sono stati presentati dai media come un nuovo “elisir di giovinezza”. L’asserzione era basata sui risultati di una ricerca condotta su soggetti cardiopatici nei quali si voleva studiare la relazione tra livelli di omega-3 nel sangue e stato di salute e per la quale è stato utilizzato un indicatore surrogato (proxy) al posto delle misure dirette della salute. L’indicatore era costituito dalla lunghezza dei telomeri (regione del DNA terminale dei cromosomi), che si riduce ogni qual volta le nostre cellule si moltiplicano e che è considerata un buon indicatore indiretto dell’invecchiamento biologico. La ricerca ha dimostrato che i soggetti con i livelli più elevati di omega-3 nel sangue mostravano anche una minore riduzione dei loro telomeri, quindi indirettamente un minor invecchiamento: dato interessante ma non esplicativo dell’eventuale impatto positivo sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari.
Un altro esempio di utilizzo di indicatori surrogati è costituito dallo studio in cui si asseriva che l’olio di pesce potrebbe ridurre la perdita di memoria sulla base del fatto che i soggetti che mangiavano meno pesce presentavano aree cerebrali poco ossigenate ed altre anomalie (indicatori proxy), mentre nei soggetti che mangiavano pesce tre volte alla settimana le anomalie erano in numero significativamente minore. Nonostante questi interessanti rilievi la ricerca non diceva nulla rispetto all’ipotesi che l’olio di pesce può prevenire la perdita di memoria in quanto la memoria come tale non era stata misurata (conseguenza vera da valutare).

Ricerche di laboratorio e su animali.
I risultati di ricerche condotte su cellule o su animali da esperimento devono essere applicati all’uomo con grande cautela, ma spesso i dati vengono rapidamente diffusi dai mezzi di comunicazione di massa come se le conoscenze prodotte da uno studio effettuato in condizioni sperimentali possano essere applicate immediatamente e direttamente alla popolazione.
Ad esempio nel caso del resveratrolo, sostanza presente nel vino rosso, le ricerche di laboratorio hanno dimostrato che la sua somministrazione prolunga la vita di cellule di lieviti, di moscerini della frutta, di nematodi e topi obesi tenuti a dieta ad alto supporto calorico. In altre ricerche è stato descritto il ruolo positivo della sostanza anche sui processi biologici correlati all’invecchiamento. Dunque: effetti interessanti, ma le dosi del composto usato nella sperimentazione di laboratorio possono risultare non congruenti con quelle che possono realisticamente essere assunte da un uomo attraverso l’ingestione di vino rosso.
Ancora: uno studio condotto su topi di laboratorio ha permesso di rilevare che il resveratrolo ha la capacità di rallentare lo sviluppo anomalo dei vasi sanguigni della retina, ma per assumere una dose efficace della sostanza un uomo dovrebbe bere diverse bottiglie di vino al giorno.
In ogni caso, allo stato attuale delle conoscenze, prima di assumere resveratrolo anche come supplemento dietetico, bisogna tenere presente che la acquisizione di dati sperimentali positivi non è ancora sufficiente per attendere gli stessi effetti sull’uomo, tanto che risulterebbe prematuro consigliarne l’assunzione.
Gli studi sperimentali su cellule o tessuti sono importanti per fornire indicazioni sulle proprietà caratteristiche di un alimento, ma spesso queste informazioni sono presentate dai media come nuove conquiste già applicabili all’uomo ignorando o fingendo di ignorare che c’è un lungo cammino da fare prima di dimostrare che i risultati sono davvero applicabili alla alimentazione umana, in condizioni di vita reali.
Spesso si misurano risultati che non sono direttamente attinenti allo stato di salute realmente osservato, ma che ipoteticamente ne potrebbero essere in relazione.
Ad esempio, cosa c’è dietro il titolo di giornale “i broccoli possono fermare i danni del diabete”?
Alla base di questa affermazione c’è uno studio in cui si si è valutato se un componente dei broccoli, lo sulforano, potrebbe essere in grado di prevenire i danni alla microcircolazione sanguigna causati dalla presenza di alti livelli di zucchero nel sangue. (I ricercatori, mettendo in contatto la sostanza con capillari umani incubati in una soluzione di zucchero hanno osservato che lo sulforano effettivamente protegge le cellule dei vasi sanguigni dalle sostanze potenzialmente pericolose, come lo zucchero). Il rilievo è indubbiamente interessante, ma ben lontano da quanto adombrato nel titolo del giornale , che risulta ingannevole.

Chi sbaglia?
Talvolta non sono i giornalisti ad interpretare i risultati delle sperimentazioni in modo non corretto, ma sono gli stessi ricercatori e gli addetti stampa degli istituti di ricerca allo scopo di attirare l’attenzione verso la ricerca stessa o l’istituto universitario di appartenenza dei singoli sperimentatori.
Ad esempio uno studio in cui si è dimostrato che i broccoli miglioravano la funzione cardiaca in cuori isolati di ratti sottoposti ad un attacco ischemico è stato presentato con il titolo “broccoli migliorano la funzionalità del muscolo cardiaco” e nello studio si definiva il broccolo come un ortaggio “unico” per l’uomo (cioè un super-alimento), quando non è noto neppure se altri ortaggi potrebbero rivestire un identico ruolo protettivo.

Finanziamento e indipendenza della ricerca
Sia per gli studi sugli alimenti sia per quelli sui farmaci è importante conoscere quale sia la fonte dei finanziamenti.
Sono stati pubblicati i risultati di una ricerca finanziata da una grande industria alimentare che mettevano in evidenza la proprietà del cioccolato di ridurre i livelli di stress nell’uomo, basata su un numero risibile di osservazioni condotte su un gruppo di 30 giovani adulti sani e caratterizzata da diversi difetti metodologici (tra cui quello di avere un periodo di osservazione di soli 14 giorni).
Naturalmente non è detto che se la ricerca è finanziata dall’industria alimentare sia per forza di cattiva qualità, però è più facile che i risultati siano presentati con un taglio immediatamente positivo e che vengano comunicati alla stampa senza attendere ulteriori conferme, allo scopo di ottenere un pronto ritorno pubblicitario.

Come superare gli errori (bias)
In genere il miglior tipo di studio per valutare se un alimento ha un qualche effetto sulla salute è lo studio clinico controllato e randomizzato (RCT - Randomized Control Trial), perché può evitare alcuni problemi tipici di altri metodi di studio e quindi fornire risultati più attendibili. Negli RCT per studiare gli effetti di una particolare dieta alimentare o di supplementi dietetici i soggetti vengono assegnati a caso a differenti gruppi: l’assegnazione casuale è il modo migliore per costituire gruppi bilanciati rispetto a fattori noti o non conosciuti che potrebbero influenzare i risultati. Come gruppo di paragone (gruppo di controllo) viene scelto un gruppo di persone del tutto non esposte ai fattori che si vogliono studiare. Così, ogni differenza osservata tra i gruppi può ragionevolmente essere attribuita alla diversità delle diete o dei supplementi dietetici e non ad altri fattori.
È anche vero che gli RTC non sono sempre adatti ad osservazioni sugli effetti a lungo termine prodotti da uno specifico alimento, anche in base al fatto che i partecipanti allo studio potrebbero non voler cambiare per lunghi periodi di tempo la loro dieta abituale. Perciò gli studi controllati sono utilizzati soprattutto per misurare eventuali risultati sul breve periodo.
A sua volta la brevità del periodo di osservazione (spesso di 1 o 2 anni) può non essere sufficiente per evidenziare eventuali effetti: questo è un limite di cui è necessario tener conto quando si sceglie di effettuare uno studio controllato e randomizzato.

Esistono alimenti particolarmente utili “nel mio caso”?
Da quanto abbiamo riportato si potrebbe dire che ogni singola ricerca non sia in grado di provare nessun effetto sulla salute umana attribuibile a un singolo alimento (un “super cibo”) o ad un singolo componente alimentare. Nella realtà scoprire gli effetti di particolari alimenti sulla salute è come comporre un “puzzle”: capire l’immagine che comparirà dipende da un processo di graduale approfondimento con cui, combinando i diversi tipi di studi, i ricercatori poco per volta riescono a mettere insieme i pezzi, fino a far emergere una bozza di quadro.
Il modo migliore per dare un’occhiata al quadro composto dai dati disponibili è quello di utilizzare le cosiddette “revisioni sistematiche della letteratura scientifica”. Infatti attraverso l’attenta analisi di tutti gli studi disponibili ad una certa data, le revisioni possono tracciare il quadro delle prove fornite dalle varie ricerche e quindi fornire una valutazione più affidabile rispetto all’ esame dei singoli lavori pubblicati.
Alcuni esempi di risultati forniti dalle valutazioni sistematiche:
  1. Una maggiore quantità di vegetali non amidacei, come i broccoli, è associata ad un minor rischio di cancro. Per capire se questo effetto positivo può essere dovuto a qualche specifico componente del broccolo è necessario che siano condotte ulteriori ricerche.
  2. Non ci sono prove che i grassi omega-3 (che si suppone siano una “sostanza attiva” dell’olio di pesce) migliorino la memoria o la capacità cognitiva del cervello di persone anziane in condizioni di buona salute: queste sono le conclusioni di un RCT nel quale si è somministrato quotidianamente per due anni olio di pesce come supplemento alimentare. Lo studio non esclude che la somministrazione più prolungata del supplemento alimentare possa influenzare la performance cognitiva sia nei soggetti sani sia in quelli con deficit cognitivo, ma al contempo suggerisce che gli effetti degli omega-3 sulla capacità cognitiva non sono ben definiti.
  3. Revisioni sistematiche degli studi condotti sugli effetti del cioccolato sulla salute hanno dimostrato che questo alimento può ridurre la pressione arteriosa. Peraltro ogni tipo di cioccolato è ricco di grasso, zucchero e calorie e, se mangiato in eccesso, può essere possibile causa di obesità, di diabete e di cardiopatie.
  4. La valutazione condotta sugli effetti dell’olio di pesce sul rallentamento della degenerazione maculare retinica correlata all’età sembrerebbe indicare che esistono prove sul suo ruolo positivo, ma al contempo suggerisce cautela nell’interpretare i risultati, a causa della debolezza scientifica dei singoli studi raccolti per la revisione sistematica.
  5. La valutazione sistematica delle ricerche condotte su popolazioni che hanno una dieta di tipo Mediterraneo ha permesso di stabilire che questa alimentazione, ricca di pesce, olio di oliva, vegetali, frutta e poca carne può ridurre il rischio di alcune malattie croniche e aumentare la possibilità di vivere più a lungo in condizioni di buona salute.
Una dieta bilanciata
Da quanto abbiamo visto finora si può capire che non esiste al momento alcuna prova reale dell’esistenza di “super cibi”, cioè di singoli alimenti o composti che siano in grado di mantenerci sani, di contrastare le malattie al loro stadio iniziale o di salvarci la vita.
Insomma, quando si tratta di mantenere una buona salute è meglio non concentrarsi su un singolo alimento con la speranza che faccia miracoli.
In definitiva, sulla base dello stato attuale delle conoscenze scientifiche il miglior consiglio è quello di alimentarsi con una dieta bilanciata e varia, in modo da essere sicuri di assumere tutti i nutrienti di cui il corpo ha bisogno, dando altrettanta importanza a limitare l’assunzione di alcol e di cibi ad alto contenuto di grassi, di zucchero, di sale e di carni lavorate (come insaccati e salumi), a mantenere il peso ottimale e a praticare regolarmente un po’ di attività fisica.