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Fondò l’Unione italiana ciechi Lunelli e Folgheraiter narrano l’irredentista Aurelio Nicolodi

TRENTO «Aurelio Nicolodi. Una luce nel buio dei giorni», è il titolo scritto dai due giornalisti trentini della Rai, Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli, per commemorare e ricordare l’irredentista «solidale» nato in Trentino. La presentazione del libro avverrà venerdì, alle 17, nella Sala di rappresentanza del comune di Trento, a Palazzo Geremia, in via Belenzani. Lo stesso giorno, alle 11.30, si svolgerà la presentazione al Quirinale.
Aurelio Nicolodi nasce a Trento il primo aprile 1894, ma vive quasi tutta la sua vita a Firenze. All’età di vent’anni, dopo aver trascorso del tempo a Buenos Aires (Argentina) torna in Italia per arruolarsi come combattente volontario nell’esercito italiano, contro l’impero austroungarico. Il suo desiderio è lo stesso di molti altri trentini: vedere «redenta la sua terra». «Faceva infatti parte di quell’élite di cittadini austriaci di lingua italiana nei quali aveva fatto breccia la propaganda interventista di Cesare Battisti», si legge nel primo capitolo del libro. Durante la seconda battaglia dell’Isonzo rimase ferito: il 25 luglio 1915 una granata lo colpì sul volto e lo rese cieco.
La cecità, nonostante tutte le difficoltà che reca con sé, non indebolì l’animo di Nicolodi che, nel 1920, fu «intuitore e fondatore», secondo gli Autori, dell’Unione italiana ciechi (Uic). In particolare, riunì i ciechi di guerra e aprì l’organizzazione a tutti i non vedenti civili, ripetendo che «il cieco non è cieco, ma una persona cieca». Con questa affermazione Nicolodi intendeva dissuadere l’opinione comune dalla convinzione che il non vedente avesse bisogno di meri interventi di assistenza, poiché ciò che a suo parere risultava fondamentale erano l’istruzione, la formazione e il lavoro. A dimostrazione di ciò nel 1933-1934 acquistò 400 ettari di terra in Toscana, vi costruì una scuola e obbligò i figli delle trenta famiglie contadine che vi risiedevano a frequentarla. Si basò probabilmente sull’esperienza trentina, dove l’istruzione era già obbligatoria dal regno di Maria Teresa d’Austria.
Quello che il volume vuole veramente raccontare è la sua capacità di intuire oltre l’orizzonte: «Far uscire i non vedenti dalla marginalità – commenta Lunelli -, sconfiggere “l’incubo del cieco accattone”, definire già cento anni fa un’idea di “welfare coinvolgente”, da contrapporre al più comodo “welfare caritatevole”. Lui segnò la storia della disabilità da superare non con l’assistenza, ma con la scuola e con il lavoro».
A cento anni dalla grave mutilazione, la presentazione del libro vedrà coinvolte anche l’Unione italiana ciechi e ipovedenti e la cooperativa IRIFOR. Il libro verrà pubblicato in quattro formati: cartaceo normale, cartaceo per ipovedenti, braille a audiolibro.
(Caterina De Benedictis)