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L’uomo che vide al di là del buio

Accadde esattamente cento anni fa. Il 25v luglio 1915, nel corso della seconda battaglia dell’Isonzo, sul monte Sei Busi (vicino a Redipuglia), il trentino Aurelio Nicolodi fu reso cieco da una granata austriaca. Era partito per la guerra, volontario nell’esercito Italiano, così come avevano fatto altri ottocento irredentisti. Una piccola minoranza fra la popolazione trentina, che contava 360 mila unità, e che aveva visto partire per il fronte e con la divisa grigio-azzurra dell’esercito austriaco già 40 mila dei 60 mila contadini-soldato chiamati alle armi da Vienna nel corso della Grande Guerra. Nicolodi era nato Trento il 1° aprile 1894, figlio di Nicolò (originario di Cembra) e di Pia Brugnara, da Lisignago. Aveva frequentato le scuole superiori in Italia e si era diplomato geometra. Dopo un breve soggiorno a Buenos Aires, alle dipendenze delle ferrovie argentine, era tornato in Europa. 

Il “padre” dei ciechi che andò oltre il buio
Restò ferito al volto sull’Isonzo e perse la vista: da allora spese la vita per i “fratelli d’ombra”.

Nel 1914, quando il Trentino, terra austriaca, era stato chiamato alla guerra in Galizia, sul confine orientale, Aurelio Nicolodi si era iscritto all’accademia militare dalla quale era uscito dopo sei mesi con il grado di sottotenente. Il 23 maggio, alla dichiarazione di guerra dell’Italia contro l’Austria si era offerto volontario per il fronte ed era stato mandato sul Carso, sottotenente del 112° di Fanteria. Ricordò trent’anni dopo: “Entrai nella mia notte quando ancora il Paese era lungi dall’essersi composto una mentalità di guerra (…) fu il primo ufficiale italiano della Grande Guerra colpito da questa mutilazione. Il cieco di guerra riassumeva il vertice del sacrificio e su esso si riversavano, con calda effusione e ma con scarso discernimento, fiotti di pietà”. Rimasto cieco e insignito della medaglia d’argento al valore militare, Nicolodi non si era perso d’animo. A Firenze, dove era approdato dopo un pellegrinaggio fra vari ospedali italiani (da Milano a Napoli) nel tentativo di recuperare, almeno parzialmente, la vista, nel 1917 aveva fondato la Legione dei Volontari Trentini e, nello stesso anno, “l’Associazione nazionale per i ciechi di Guerra”. Nel 1920, avrebbe dato vita alla “Unione italiana ciechi”, fondendo in questa l’associazione dei ciechi di guerra e il sodalizio dei ciechi civili, della quale fu presidente nazionale per venticinque anni. Nicolodi, che nel frattempo e nonostante la menomazione della vista, si era laureato a Roma in Economia e Commercio, fu subito un vulcano di iniziative e di idee. Fondò il “Corriere die ciechi”, periodico a caratteri in rilievo con il sistema Braille. Nel 1921 fu istituita la Federazione nazionale delle istituzioni tra ciechi per il coordinamento del lavoro e delle riforme da attuare. Forte del suo indiscusso prestigio di medaglia al valor militare, Aurelio Nicolodi riuscì a far trasferire dodici Istituti per ciechi dalle dipendenze dal Ministero dell’Interno a quello della Pubblica istruzione. In tal modo ottenne dal Governo cospicui stanziamenti in denaro per il miglioramento delle strutture e del materiale didattico. L’istruzione ai ciechi divenne obbligatoria. Nel 1924 fondò la stamperia nazionale Braille; quindi la biblioteca circolante (con sede a Monza) con migliaia di opere spedite a domicilio su richiesta dei ciechi. Si era già speso nell’istituzione di cooperative edilizie fra mutilati e invalidi di guerra, mentre nel 1928, a Firenze, aveva dato vita all’Istituto professionale per ciechi, un imponente edificio che fu inaugurato nel 1931. Quell’anno, a New York, al congresso mondiale dei ciechi, Nicolodi aveva illustrato il programma della sua opera: istruzione, lavoro, assistenza. In particolare, vista la difficoltà personale di trovare un lavoro per i suoi “compagni d’ombra”, aveva ottenuto dal governo fascista l’istituzione dell’Ente nazionale di lavoro per i ciechi. Inoltre, lo Stato si impegnava ad affidare all’Ente il 15% delle proprie commesse militari. Tra Roma, Firenze, Milano e Biella furono attivati laboratori per ila filatura della lana, tessitura meccanica, maglifici, calzaturifici, che impiegarono oltre seicento ciechi coadiuvanti d altrettanti vedenti. Si avvicinava nuovamente la guerra. Nicolodi attivò corsi speciali per marcofonisti e aerofonisti ciechi per il servizio nella a Marina e nell’Esercito. Nel 1943 fu costretto a lasciare la presidenza dell’Unione. Aurelio Nicolodi morì a Firenze il 27 ottobre 1950. A Trento lo ricordano una via, vicino alle piscine comunali. Fu un personaggio che andava contro corrente e che anticipava i tempi: lui stesso lo esse a riconoscere quando ammise che “più di una volta, nel corso delle mie complesse organizzazioni, ebbi la sensazione esaltante di precorrere i tempi”. Del resto proprio questa è la condizione di chi, attraverso una leadership forte, guida i processi con una visione e un progetto che non tutti quelli che lo seguono sono ancora riusciti a comprendere. Già cento anni fa, c’era, dunque, nell’idea di Nicolodi, una concezione moderna di welfare, quella che oggi potremmo ritenere anticipatrice di un “welfare finalizzato alla crescita delle persone e allo sviluppo complessivo della comunità”. Più semplice sarebbe stato rivendicare l’idea di un “welfare caritevole”, oppure - in aggiunta - di un welfare risarcitorio”. Già questo, bisogna riconoscerlo, sarebbe stato un grande successo, per l’epoca. Nicolodi, nella sua visione, già supera però queste due concezioni. Non è la sua, l’idea di un sistema di intervento per supportare le persone che sono escluse dai sistemi produttivi (e che sarebbero continuate a rimanere escluse). Questa, del resto, è un’idea che ancora oggi non pervade molte rivendicazioni assistenziali anche al di fuori del campo della disabilità. Nicolodi punta invece su un’idea di “welfare coinvolgente”: il contrario di un’idea di assistenza che premia chi è fuori dal sistema e che non fa niente per poter superare la propria esclusione. Più facile ancora sarebbe stato – per i ciechi di guerra – puntare sulla logica di un welfare risarcitorio che conoscerà, in ogni caso, un ampio sviluppo nel mondo occidentale, quale forma di intervento dello Stato a favore di quelle persone espulse dal sistema produttivo industriale. Nicolodi punta invece su un “welfare di sviluppo” ante litteram. Istruzione scuola, formazione, lavoro. Anche la realizzazione di case tramite Cooperative per i ciechi o mediante l’azione dell’Ente edilizio per i mutilati, costituito nel 1926 e che in soli sette anni riuscì a costruire case per oltre 200 milioni di lire. Quando (1931), Nicolodi fu invitato a New York, al Congresso mondiale delle organizzazioni per i ciechi, non fu una scontata quella di mettere al centro del proprio intervento non tanto la questione dell’organizzazione o della scuola (su cui poteva portare i risultati significativi dell’esperienza italiana), ma quella del lavoro che, per l’Unione ciechi italiani, diventava da quel momento la vera sfida. Infine, nel gioco della storia personale, si segnala l’incontro tra due trentini che non si erano mai visti, ma che conoscevano molto l’uno dell’altro. Si strinsero la mano a Roma, nel corso di un incontro ufficiale tra il presidente del Consiglio e una delegazione dell’Unione italiana ciechi, il 26 gennaio 1948. In quei giorni, all’Assemblea costituente, si discuteva dello Statuto di autonomia per la Regione Trentino Alto Adige che sarebbe poi stato approvato ad inizio febbraio. Su questo, Alcide De Gasperi ed Aurelio Nicolodi avevano posizioni divergenti. Ma al di là delle diversità di posizione, c’era un’appartenenza alla medesima “comunità di destino” che li accomunava su tanti fronti. In primo luogo, quello di rendere il Paese più giusto e più efficiente. 

Venerdì l’incontro con il Presidente Mattarella e la presentazione a Trento
La ricerca di Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli

Sono i giornalisti trentini Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli a restituire la giusta luce alla figura di Aurelio Nicolodi, nato a Trento il 1° aprile 1894 e morto a Firenze il 17 ottobre 1950. Tra queste date, un impegno costante costruttivo a favore di sempre migliori condizioni per i ciechi e ipovedenti. Folgheraiter e Lunelli hanno scritto insieme «Aurelio Nicolodi. Una luce nel buio dei giorni», libro dato alle stampe da Curcu & Genovese e voluto fortemente da Ferdinando Ceccato, presidente della Cooperativa sociale Irifor e a lungo alla giuda dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti. Il libro verrà presentato venerdì 24 luglio alle 17 alla sala di rappresentazione del Comune di Trento, a Palazzo Geremia. Al mattino, i due autori e l’unione ciechi incontreranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale.

(di Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli)