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«Una luce nel buio dei giorni»

Un libro racconta Aurelio Nicolodi

TRENTO Del nonno dicono di aver ereditato «l’aspetto» e «l’orgoglio di essere suoi nipoti». Ad Andrea e Ilaria Saratti, figli della terzogenita di Aurelio Nicolodi, Elvira, basta poco per aprire lo scrigno dei ricordi e raccontare di quel nonno che i giornalisti trentini Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli, nel volume a lui dedicato, definiscono un «eroe civile»: «Era un uomo dalla volontà di ferro e dallo spirito imprenditoriale eccezionale» affermano. I due fratelli hanno assistito, ieri, alla presentazione ufficiale di «Una luce nel buio dei giorni», il libro che commemora l’irredentista trentino che, reso cieco da una granata durante la prima guerra mondiale, fondò l’Unione italiana ciechi, contribuendo alla «grande marcia di liberazione dei ciechi italiani “dalla pietà alla parità”» come scrivono Lunelli e Folgheraiter. «Avevo solo due anni quando morì – ricorda Ilaria Saratti – ma ho un’immagine scolpita nella mente: mio nonno che, in campagna, mi portava sulle spalle. Lui, non vedente, sapeva in quali punti dovevo abbassarmi per non sbattere la testa contro i rami degli alberi». Quando i testi in braille ancora non esistevano, Nicolodi era riuscito a laurearsi in economia: «I libri glieli leggeva la nonna» dichiara Andrea. Di certo il mondo dei non vedenti come è oggi l’ha costruito Aurelio Nicolodi. «Il coraggio, la fermezza e la speranza», secondo Mario Barbuto, presidente nazionale Uic, sono gli aspetti di forza e attualità che hanno reso il suo operato duraturo nel tempo. «E’ stato il primo ad aver voluto che la prospettiva di vita dei ciechi fosse il lavoro - sottolinea - in quanto strumento che riscatta le persone, dà libertà, può mettere tutti in condizione di essere davvero cittadini tra cittadini».

(di Erica Ferro)