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AURELIO NICOLODI
Una luce nel buio dei giorni

di Alberto Folgheraiter

UN LIBRO, EDITO DALLA CURCU&GENEVESE, SCRITTO DAI GIORNALISTI ALBERTO FOLGHERAITER E GIORGIO LUNELLI, PROPONE AL PUBBLICO DEI LETTORI LA BIOGRAFIA E L’OPERA DI UN TRENTINO SCONOSCIUTO AI PIÙ: AURELIO NICOLODI, IL FONDATORE DELL’UNIONE ITALIANA CIECHI.
DI QUEST’OPERA SONO STATE STAMPATE ANCHE 150 COPIE IN FORMATO “BRAILLE” ED È STATO REGISTRATO UN AUDIO-LIBRO RIVOLTO AI CIECHI CHE UTILIZZANO IL SERVIZIO DEL “LIBRO PARLATO”. 

A cento anni dalla mutilazione della vista di Aurelio Nicolodi, giovane irredentista trentino, volontario della Grande Guerra quale ufficiale nell’esercito italiano, varie iniziative, tra cui la pubblicazione di un libro, intendono far conoscere, oltre la cerchia dei 130 mila non vedenti italiani, la figura del fondatore dell’Unione Italiana Ciechi (UIC). Un eroe civile che seppe volgere la sua condizione di cieco di guerra in favore di tutti i “fratelli d’ombra”, anche dei ciechi civili fino a quel momento costretti a mendicare agli angoli delle strade.
Il libro, “Aurelio Nicolodi, una luce nel buio dei giorni”, edito da Curcu&Genovese per conto dell’Unione Italiana Ciechi e di Irifor del Trentino, è stato scritto dai giornalisti Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli.
Una versione del libro è stata stampata, a Borgo Valsugana, anche in formato Braille (150 copie) da inviare a ognuna delle sezioni locali dell’Unione Italiana Ciechi ed è stato registrato a Brescia un audio-libro per l’associazione del “libro-parlato”.
Una prima presentazione del volume ha avuto luogo il 24 luglio, nel salone di rappresentanza di Palazzo Geremia a Trento, a cento anni esatti dallo scoppio della granata che causò la grave mutilazione ad Aurelio Nicolodi.
La presentazione del libro “Aurelio Nicolodi, una luce nel buio dei giorni”, è stata coordinata dal giornalista della Rai, Alessandro Forlani, ipovedente, autore di un volume dal titolo “La zona franca – come è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro”.
Alla presentazione di Trento (in autunno seguiranno Roma e Firenze) c’erano i rappresentanti nazionali dell’Unione Italiana Ciechi, i vertici delle istituzioni regionali, i nipoti fiorentini di Aurelio Nicolodi e due cori, il “Dolomiti” di Trento e il “Piramidi di Segonzano” i quali hanno proposto alcuni brani del loro repertorio.

Aurelio Nicolodi nacque a Trento, a mezzogiorno del 1° aprile 1894, domenica in Albis. Venne al mondo, con l’aiuto dell’ostetrica Adele Pegoretti, nell’abitazione di famiglia, al numero 12 della contrada di San Benedetto [oggi via Oss Mazzurana] in centro città. Due giorni dopo fu benedetto nella basilica di S. Maria Maggiore dal cooperatore Domenico Stoffella (1865-1941), della Vallarsa. Com’era usanza, al piccolo furono imposti più nomi: Aurelio, Secondo, Nicolò e Maria. Nell’atto del battesimo fu scritto che il papà Salvatore era figlio del fu Giovanni e di Maddalena Schluifer “possidente di Roma, sezione Trevi”. Gli fece da padrino Giovanni Paolazzi “ufficiale di Finanza, in piede di [al posto di] Nicola Turrini, possidente di Trento”.
La mamma, Pia Brugnara, figlia di Giuseppe e di Maria Loner, nata a Lisignago, in val di Cembra, aveva 26 anni. All’età di vent’anni, essendo ancora “minorenne” (per la legislazione austriaca, le femmine diventavano maggiorenni soltanto a 24 anni) ottenuto il prescritto “assegno paterno” era convolata a nozze con Salvatore Nicolodi, di 29 anni, “abitante in Roma”. Il matrimonio fu celebrato sabato 1° dicembre 1888 nella chiesa di San Biagio, a Lisignago, essendo curato Nicolò Deromedis, da Mechel. Testimoni della coppia furono il sagrestano Carlo Callegari e Modesto Callegari.
Quell’anno, nel villaggio c’erano stati soltanto tre matrimoni, e quello della Pia aveva catalizzato l’interesse della piccola comunità di appena 612 anime, anche perché la ragazza era andata sposa a un forestiere (“en furèst”) e per di più figlio di un “possidente terriero” (“en bacàn”, come si diceva nel dialetto della Val di Cembra).
Aurelio aveva tre anni, quado la famiglia Nicolodi di trasferì da Trento ai masi Canaci (oggi: Canazzi), a mezza costa tra San Michele e Faedo, in valle dell’Adige, dove il papà aveva avviato i lavori per la costrizione di una cantina. Qui nacquero due figlie: Elisa (il 3 marzo 1897) e Pia (il 1° maggio 1900).
Oltre ad Aurelio, Salvatore Nicolodi e Pia Brugnara avevano già avuto altri due figli: Mario e Giuseppina, nati probabilmente all’ estero (in Italia), poiché non si è trovata traccia negli archivi parrocchiali del Trentino.
Grazie alla condizione agiata della famiglia, Aurelio Nicolodi aveva potuto frequentare le scuole superiori. Conclusi gli studi in Francia e in Belgio, diplomato geometra, si era trasferito a Buenos Aires per lavorare alle dipendenze della ferrovie argentine.
Tornato in Europa, nel 1914 aveva frequentato un corso per allievi ufficiali dell’Esercito Italiano. Alla dichiarazione di guerra contro l’Austria si era offerto volontario per il fronte. Aurelio Nicolodi fu inviato sul Carso, quale sottotenente del 112° Reggimento di fanteria. Due mesi dopo, il 25 luglio 1915, nel corso della seconda battaglia dell’Isonzo, sul monte Sei Busi rimase ferito agli occhi da una granata austriaca. Fu il primo ufficiale dell’Esercito italiano a essere insignito sul campo di medaglia d’argento al valor militare. Questa la motivazione:
“Colpito agli occhi e perduta la vista, mentre nella notte dava efficaci disposizioni per respingere gruppi di nemici spintisi con bombe a mano fin sotto la trincea da lui occupata, prima di ritirarsi [il sottotenente Nicolodi] dava ancora bella prova di calma e ardimento, incitando il proprio Reparto alla più strenua resistenza – Polazzo, 25 luglio 1915”.
Ricordò trent’anni dopo: “Entrai nella mia notte quando ancora il Paese era lungi dall’essersi composto una mentalità di guerra […] fui il primo ufficiale italiano della Grande Guerra colpito da questa mutilazione. Il cieco di guerra riassumeva il vertice del sacrificio e su esso si riversavano, con calda effusione ma con scarso discernimento, fiotti di pietà”.
Aurelio Nicolodi era uno degli oltre ottocento irredentisti-interventisti trentini, fuoriusciti in Italia e arruolati volontari contro l’Austria, convinti che soltanto la guerra avrebbe potuto “redimere” il Trentino.
Negli archivi della Fondazione Museo Storico del Trentino sono conservati ottomila scritti di questi volontari partiti per il fronte. Numerose lettere furono indirizzate alla “Famiglia del Volontario Trentino”, un’associazione di patronato, fondata a Firenze nel 1915 da tre donne trentine colà residenti da anni: Emma de Stanchina Bolognini, Giulia Manci Sardagna e Rina Pedrotti Catoni. La “Famiglia del Volontario” aveva “lo scopo di aiutare moralmente e materialmente i Trentini, fuggiti dalla loro terra, volontari nell’esercito italiano”.
Altre lettere arrivarono dal fronte alla “Legione Volontari Trentini”, pure questa sorta a Firenze, nel 1917, proprio per iniziativa di Aurelio Nicolodi. Il giovane mutilato trentino si era stabilito nella città del giglio per sottoporsi a dolorose quanto inutili operazioni agli occhi nella speranza di recuperare la vista.
Nel 1944, Aurelio Nicolodi avrebbe rievocato così la fondazione della “Legione dei Volontari Trentini”: “A Firenze, di famiglie profughe Trentine ce n’erano parecchie; ma poco si sapeva del nostro ardente spirito di italianità e non mancava neppure chi ci guardasse con differenza. Sentii ch’era indispensabile raccoglierci in sodalizio perché nell’unione di tutti, più chiara e palese si mostrasse la decisione di ciascuno. Dal giugno 1917 al novembre 1918, in cui la Legione ebbe sede in Firenze, ne tenni la presidenza. Di poi, la Legione si trasferì a Trento dove, nel culto dei martiri e nella fierezza del sangue versato, mantenne accesa una luminosa fiaccola”.
Nel gennaio del 1917, pure a Firenze, Aurelio Nicolodi aveva fondato “l’Associazione nazionale per i ciechi di Guerra”. Nel 1920, avrebbe dato vita alla “Unione italiana ciechi”, fondendo in questa l’associazione dei ciechi di guerra e il sodalizio dei ciechi civili, della quale fu presidente nazionale per venticinque anni.
Nicolodi, che nel frattempo e nonostante la menomazione della vista, si era laureato a Roma in Economia e Commercio, fu subito un vulcano di iniziative e di idee. Fondò il “Corriere dei Ciechi”, periodico a caratteri in rilievo con il sistema Braille, edito dalla piccola stamperia del Comitato Fiorentino Ciechi di Guerra.
Nel 1921 fu istituita la Federazione Nazionale delle Istituzioni tra ciechi per il coordinamento del lavoro e delle riforme da attuare.
Forte del suo prestigio di medaglia al valor militare, Aurelio Nicolodi riuscì a far trasferire dodici Istituti per ciechi dalle dipendenze del Ministero dell’Interno a quello della Pubblica Istruzione. In tal modo ottenne dal Governo di Mussolini cospicui stanziamenti in denaro per il miglioramento delle strutture e del materiale didattico. L’istruzione ai ciechi divenne obbligatoria.
Nel 1924 fondò la stamperia nazionale Braille; quindi la biblioteca circolante (con sede a Monza) con migliaia di opere spedite a domicilio su richiesta dei ciechi.
Si era già speso nell’istituzione di cooperative edilizie fra mutilati e invalidi di guerra, mentre nel 1928, a Firenze, aveva fondato l’Istituto Professionale per ciechi, un imponente edificio che fu inaugurato nel 1931.
Quell’anno, a New York, al congresso mondiale dei ciechi, Aurelio Nicolodi aveva illustrato il programma della sua opera: istruzione, lavoro, assistenza.
In particolare, vista la difficoltà personale di trovare un lavoro per i “suoi” ciechi, aveva ottenuto dal governo fascista l’istituzione dell’Ente Nazionale di Lavoro per i ciechi. Inoltre, lo Stato s’impegnava ad affidare all’Ente il 15% delle proprie commesse militari. A Roma, Firenze, Milano e Biella, furono avviati laboratori di filatura della lana, tessitura meccanica, maglifici, calzaturifici e altro che impiegarono oltre seicento ciechi coadiuvati da altrettanti vedenti.
Si avvicinava nuovamente la guerra.
Nicolodi, dopo aver attivato una tipografia professionale presso l’Istituto Nazionale di Firenze, attivò corsi speciali per Marcofonisti e Aerofonisti ciechi per il servizio nella Marina e nell’esercito.
Dopo la guerra fu nuovamente impegnato nell’edilizia popolare con la costruzione di centinaia di abitazioni per ciechi. Se come soldato era stato decorato di medaglia d’argento, come organizzatore e imprenditore fu nominato cavaliere del lavoro.
Aurelio Nicolodi morì a Firenze il 27 ottobre 1950. Fu sepolto nel cimitero di S. Stefano, nella tenuta di 400 ettari che aveva acquistato a un’asta fallimentare, a Castiglioni di Rufina, accanto a un’antica pieve (XII secolo) e alla scuola che aveva fatto costruire per i figli dei suoi fattori.
L’opera di Aurelio Nicolodi, come egli stesso ricordò, fu davvero “rivoluzionaria” perché non cercò “soluzioni particolari per ogni problema”, ma, disse, “creammo al cieco, attraverso una legislazione adatta, condizioni di vita che gli consentissero la libera esplicazione della sua attività nel c